Radici che curano: volontari siciliani custodi di una medicina che viene da lontano
Nel dialetto di alcuni borghi siciliani esiste ancora la figura della «guaritrice», la donna anziana che conosce le erbe, che sa come alleviare il dolore con un impacco, che ascolta i malanni con una pazienza che il medico di base, oberato di appuntamenti, non sempre può concedersi. Non è magia, né superstizione: è un sistema di saperi accumulato in secoli di osservazione, sperimentazione e trasmissione orale.
Questo patrimonio sta scomparendo. E con esso, qualcosa di prezioso rischia di andare perduto per sempre.
Un'eredità a rischio
La Sicilia è una delle regioni italiane con la più ricca tradizione di medicina popolare. Merito della sua posizione geografica, della stratificazione culturale — greca, araba, normanna, spagnola — e di una relazione con il territorio e con le piante officinali che ha radici profondissime. Dall'uso del finocchio selvatico per i disturbi digestivi all'applicazione del miele di zagara nelle infezioni delle vie respiratorie, dalla camomilla dei campi agli impacchi di argilla per le infiammazioni articolari: ogni zona dell'isola custodisce varianti locali di queste pratiche.
Eppure, con l'avanzare della modernizzazione, con lo spopolamento dei borghi rurali e con la svalutazione culturale dei saperi non accademici, questa conoscenza rischia di dissolversi nel giro di una o due generazioni. Chi la conosce ha spesso più di ottant'anni. Chi avrebbe potuto apprenderla è andato a studiare in città, o ha semplicemente smesso di ascoltare.
Volontari come archivisti del benessere
In questo scenario, alcune associazioni di volontariato sanitario siciliane stanno assumendo un ruolo inaspettato: quello di custodi e documentatori di una memoria terapeutica collettiva.
Il progetto «Erbe di Sicilia», avviato da un gruppo di volontari nell'area dei Nebrodi, ne è un esempio significativo. Da tre anni, un team misto composto da botanici amatoriali, volontari sanitari e anziani delle comunità locali sta raccogliendo testimonianze orali, campioni vegetali e ricette tradizionali, costruendo un archivio digitale accessibile a chiunque voglia consultarlo. L'obiettivo non è sostituire la medicina moderna, ma affiancarle un contesto culturale che spesso manca.
«Non stiamo dicendo che l'infuso di sambuco guarisce la febbre meglio del paracetamolo», spiega Vincenzo, uno dei coordinatori del progetto. «Stiamo dicendo che dietro quell'infuso c'è una relazione con il territorio, una storia di cura familiare, un atto di attenzione verso il proprio corpo che ha un valore in sé. E che capire da dove viene può aiutarci a capire meglio chi siamo».
L'integrazione possibile: tra rigore scientifico e rispetto culturale
Il nodo più delicato di questo percorso è la questione dell'integrazione. Come si concilia il rispetto per le pratiche tradizionali con la necessità di garantire sicurezza e appropriatezza terapeutica? Come si evita che la valorizzazione del sapere popolare si trasformi in promozione acritica di pratiche potenzialmente dannose?
La risposta che stanno elaborando le associazioni più avvedute passa per la collaborazione con i professionisti della salute. In alcune realtà siciliane, medici di medicina generale e farmacisti stanno partecipando attivamente ai progetti di documentazione, contribuendo a identificare quali pratiche tradizionali hanno un fondamento farmacologico riconoscibile e quali invece richiedono cautela o sconsiglio.
Un esempio virtuoso viene dalla Valle del Belìce, dove un'associazione di volontariato ha costruito un protocollo condiviso con il distretto sanitario locale per l'uso di alcune piante officinali nell'accompagnamento dei pazienti oncologici in cura palliativa. Non come alternativa alla terapia medica, ma come strumento di comfort, di connessione con la propria storia culturale, di riduzione dell'ansia da ospedalizzazione.
Il benessere come appartenenza
C'è una dimensione di questa questione che va oltre la farmacologia e tocca la salute mentale e l'identità comunitaria. Numerose ricerche nell'ambito della medicina culturale e della psicologia della salute dimostrano che le pratiche di cura radicate nella cultura locale svolgono una funzione protettiva anche sul piano psicologico: riducono il senso di isolamento, rafforzano il senso di appartenenza, offrono rituali di gestione dell'angoscia che la medicina convenzionale spesso non contempla.
In una regione come la Sicilia, dove i tassi di emigrazione continuano a essere elevati e dove molte comunità rurali vivono una crisi identitaria profonda, riscoprire e valorizzare queste pratiche può avere un effetto terapeutico che va ben oltre il sintomo fisico.
Agnese, volontaria di sessantadue anni che partecipa al progetto di documentazione nel Ragusano, lo dice con semplicità disarmante: «Quando racconto a mia nipote come mia nonna usava il rosmarino per i dolori alle gambe, non le sto insegnando la botanica. Le sto dicendo che le nostre donne hanno sempre saputo prendersi cura. E che questo sapere è anche suo».
Una prospettiva per il futuro
Il volontariato sanitario siciliano si trova in una posizione privilegiata per svolgere questo ruolo di mediazione culturale. Radicato nel territorio, in relazione con le comunità, capace di muoversi tra il mondo istituzionale della sanità e quello informale delle tradizioni locali — può diventare il ponte tra due sistemi di conoscenza che, invece di escludersi, potrebbero arricchirsi reciprocamente.
La sfida è farlo con rigore, con umiltà e con la consapevolezza che prendersi cura di un popolo significa anche custodire la memoria di come quel popolo ha imparato, nei secoli, a prendersi cura di se stesso.