Cura senza frontiere: i volontari migranti come risorsa strategica per la sanità siciliana
Fatou ha studiato infermieristica in Senegal. Dopo sei anni in Sicilia, dove lavora come operatrice domestica, dedica ogni sabato mattina a un ambulatorio di base gestito da una cooperativa sociale nel quartiere Ballarò di Palermo. Traduce per le famiglie di origine subsahariana che non parlano italiano, spiega le modalità di accesso al sistema sanitario nazionale, accompagna i bambini alle visite pediatriche. Non riceve alcun compenso. Nessuno, al di fuori dell'organizzazione che la ospita, sa che esiste.
Storie come quella di Fatou si moltiplicano in tutta la Sicilia. Sono storie di persone che, pur vivendo spesso in condizioni di precarietà, scelgono di mettere a disposizione della comunità competenze, lingue e saperi che il sistema sanitario locale fatica a reperire altrove. Eppure, il contributo dei volontari migranti al sistema socio-sanitario siciliano resta largamente invisibile, privo di riconoscimento istituzionale e, troppo spesso, anche di tutele adeguate.
Un contributo quantificabile, ma raramente quantificato
Non esistono dati sistematici sul numero di volontari di origine straniera attivi nel settore sanitario siciliano. Questa assenza di dati è essa stessa un problema: ciò che non si misura non si valorizza, e ciò che non si valorizza non si protegge.
Alcune stime parziali, elaborate da organizzazioni del Terzo Settore attive nell'isola, suggeriscono che nelle grandi aree urbane — Palermo, Catania, Messina — i volontari di origine straniera rappresentino tra il dieci e il quindici percento del totale dei volontari attivi in ambito socio-sanitario. Nelle aree costiere con alta presenza di lavoratori stagionali stranieri, la percentuale può essere ancora più alta.
Queste persone svolgono funzioni essenziali: mediazione linguistica e culturale, orientamento ai servizi, supporto emotivo a connazionali in difficoltà, assistenza nelle pratiche burocratiche legate alla salute. Sono funzioni che il sistema sanitario pubblico non riesce a coprire adeguatamente, e che il volontariato — soprattutto quello migrante — supplisce in modo silenzioso ed efficace.
Le sfide: linguistiche, culturali, normative
Operare come volontario in un sistema sanitario straniero non è privo di ostacoli. Le sfide sono molteplici e si intrecciano tra loro.
Barriere linguistiche e burocratiche: accedere alle organizzazioni di volontariato strutturate richiede la comprensione di documenti, regolamenti e procedure spesso disponibili solo in italiano. Per chi ha una padronanza limitata della lingua, questo può costituire un ostacolo insormontabile, anche quando la motivazione e le competenze ci sarebbero.
Riconoscimento dei titoli professionali: molti volontari migranti possiedono qualifiche sanitarie ottenute nei paesi d'origine — medici, infermieri, ostetriche, tecnici di laboratorio — che non vengono riconosciute in Italia o che richiedono percorsi di equivalenza lunghi e costosi. Questo li costringe a operare in ambiti informali, senza le tutele e il riconoscimento che meriterebbero.
Precarietà del soggiorno: per chi non ha ancora una situazione regolare dal punto di vista del permesso di soggiorno, iscriversi formalmente a un'organizzazione di volontariato può generare timori — spesso infondati, ma comprensibili — legati alla visibilità istituzionale.
Discriminazione implicita: alcune testimonianze raccolte da organizzazioni attive sul territorio siciliano descrivono episodi di diffidenza o svalutazione da parte di colleghi volontari o di utenti nei confronti di volontari di origine straniera, soprattutto quando questi assumono ruoli di coordinamento o responsabilità.
Opportunità di inclusione e riconoscimento
Di fronte a queste sfide, esistono tuttavia percorsi concreti di inclusione e valorizzazione che alcune organizzazioni siciliane stanno già esplorando.
Il primo è la creazione di programmi di orientamento al volontariato specificamente pensati per persone di origine straniera: materiali multilingue, sessioni informative in lingue diverse dall'italiano, figure di riferimento interne che abbiano vissuto la stessa esperienza migratoria.
Il secondo è il sostegno ai percorsi di riconoscimento professionale. Alcune organizzazioni del Terzo Settore siciliano collaborano con enti di formazione e università per accompagnare i volontari con qualifiche estere nei percorsi di equivalenza, offrendo supporto nella preparazione degli esami e nella raccolta della documentazione necessaria.
Il terzo — forse il più importante sul piano culturale — è il riconoscimento esplicito del valore della diversità come risorsa. Una sanità che serve una popolazione sempre più eterogenea ha bisogno di operatori che conoscano le culture, le credenze e le pratiche di salute di quella popolazione. I volontari migranti portano questo sapere in modo naturale: valorizzarlo significa costruire un sistema sanitario più equo ed efficace per tutti.
Il volontariato come ponte di integrazione
C'è una dimensione che va oltre la funzionalità immediata. Il volontariato, per chi viene da un altro paese, può essere uno spazio di appartenenza, un luogo in cui sentirsi parte di una comunità che si è scelta, non solo di una terra in cui si è capitati per necessità.
Le ricerche sulla salute mentale dei migranti mostrano che il senso di utilità sociale e la partecipazione attiva alla vita comunitaria sono fattori protettivi significativi contro la depressione, l'isolamento e il disagio psicologico spesso associati all'esperienza migratoria.
In questo senso, promuovere il volontariato tra le comunità migranti siciliane non è solo un atto di inclusione sociale: è anche una strategia di salute pubblica. E investire nel riconoscimento e nel supporto dei volontari migranti significa investire nel benessere collettivo di tutta la Sicilia.
Volontariato Salute Sicilia è impegnata a costruire reti e strumenti che rendano questo contributo visibile, tutelato e valorizzato. Perché una sanità davvero inclusiva non si costruisce nonostante la diversità, ma attraverso di essa.